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Comunicato dei detenuti del CIE di Ponte Galeria (Roma)

Il racconto dei detenuti del Centro di identificazione ed espulsione, che parlano anche dei disordini avvenuti la sera del 3 giugno

“Qui dentro ci danno da mangiare il cibo scaduto, le celle dove dormiamo hanno materassi vecchi e quindi scegliamo di dormire per terra, tanti tra di noi hanno la scabbia e la doccia e i bagni non funzionano. La carta igienica viene distribuita solo due giorni a settimana, chi fa le pulizie non fa nulla e lascia sporchi i posti dove ci costringono a vivere”.

Comincia così la lettera di un gruppo di detenuti del Cie di Ponte Galeria, diffusa attraverso Radio onda rossa. Ecco il testo, in cui gli immigrati spiegano anche cosa è successo la sera del 3 giugno, i disordini e la fuga di
alcuni di loro.

“Il fiume vicino il parcheggio qui fuori è pieno di rane e zanzare che
danno molto fastidio tutto il giorno, ci promettono di risolvere questo problema ma continua ogni giorno. Ci sono detenuti che vengono dai Cie e anche dal carcere che sono stati abituati a prendere la loro terapia, ma qui ci
danno sonniferi e tranquillanti per farci dormire tutto il giorno. Quando
chiediamo di andare in infermeria perché stiamo male, l’auxilium ci
costringe ad aspettare e se insistiamo una banda di 8-9 poliziotti ci
chiude in una stanza con le manette, s’infilano i guanti per non lasciare traccia e ci picchiano forte. Per fare la barba devi fare una domandina e devi
aspettare, un giorno a settimana la barba e uno i capelli. Non possiamo
avere la lametta. Ci chiamano ospiti ma siamo detenuti.

“Quello che ci domandiamo – scrivono ancora- è perché dopo il carcere
dobbiamo andare in questi centri e dopo che abbiamo scontato una pena dobbiamo stare sei mesi in questi posti
senza capire il perché.

Non ci hanno identificato in carcere? Perché un’altra condanna di sei mesi?

Tutti noi non siamo d’accordo su questa legge, sei mesi sono tanti e non siamo mica animali. Per questo hanno fatto lo sciopero della fame tutti quelli che stanno dentro il centro.

“La sera del 3 giugno – continua il racconto – è cominciata così: ci hanno
detto ‘se non mangi non prendi terapie’ ma qui ci sono persone con
malattie gravi come il diabete e se non mangiano e si curano muoiono. Uno di noi è andato a parlare con loro e l’hanno portato dentro una stanza davanti
l’infermeria dove non ci sono telecamere e l’hanno picchiato. Così la
gente ha iniziato ad urlare di lasciarlo stare. In quel momento sono entrati
quasi cinquanta poliziotti con il loro materiale e con un oggetto elettrico che
quando tocca la gente, la gente cade per terra.

“Le guardie – dicono ancora – si sono tutte spostate sopra il tetto vicino
la caserma dei carabinieri qui dentro, dove sta il campo da calcio. Dalla
parte sinistra sono entrati altri cinquanta poliziotti. Quando abbiamo
visto militari, carabinieri, polizia, finanza e squadra mobile sui tetti, uno di
noi ha cercato di capire perché stavano picchiando il ragazzo nella
stanza.
‘Vattene via sporco’: un poliziotto ha risposto così. In quel momento
siamo saliti tutti sopra le sbarre e qualcuno ha bruciato un materasso e quindi i poliziotti si sono spaventati e sono andati fuori le mura per prendere
qualcuno che scappava.

“Da quella notte – aggiungono – non ci hanno fatto mangiare né prendere
medicine per due giorni. Abbiamo preso un rubinetto vecchio e abbiamo
spaccato la porta per uscire e quando la polizia ha visto che la porta era
aperta hanno preso caschi e manganelli e ha picchiato il più giovane del
centro, uno egiziano. L’hanno fatto cadere per terra e ci hanno picchiati
tutti anche con il gas, hanno rotto la gamba di un algerino e hanno
portato via un vecchio che la sua famiglia e i sui figli sono cresciuti qui a
roma, hanno lanciato lacrimogeni e hanno detto che noi abbiamo fatto quel fumo per non far vedere niente alle telecamere. Così hanno scritto sui giornali.

“Eravamo venticinque persone e alcune uscivano dalla moschea lontano dal
casino, ma i giornali sabato hanno scritto che era stato organizzato tutto
dentro la moschea e ora vogliono chiuderla. La moschea non si può chiudere
perché altrimenti succederebbe un altro casino. Veniamo da paesi poveri,
paesi dove c’è la guerra e ad alcuni di noi hanno ammazzato le famiglie
davanti gli occhi. Alcuni sono scappati per vedere il mondo e dimenticare tutto e hanno visto solo sbarre e cancelli.

Vogliamo lavorare per aiutare le nostre famiglie, solo che la legge è un po’ dura e ci portano dentro questi centri. Quando arriviamo per la prima volta non abbiamo neanche idea di come è l’Europa. Alcuni di noi dal mare sono stati portati direttamente qui e non hanno mai visto l’Italia.

La peggiore cosa è uscire dal carcere e finire nei centri per altri sei mesi.

“Non siamo venuti per creare problemi – conclude la lettera- soltanto per
lavorare e avere una vita diversa, perché non possiamo avere una vita come
tutti? Senza soldi non possiamo vivere e non abbiamo studiato perché la
povertà è il primo grande problema. Ci sono persone che hanno paura delle pene e dei problemi nel proprio paese. Per questi motivi veniamo in Europa.
La legge che hanno fatto non è giusta perché sono queste cose che ti fanno
odiare veramente l’Italia. Se uno non ha mai fatto la galera nel paese suo, ha fatto la galera qua in Italia.
Vogliamo mettere apposto la nostra vita e aiutare le famiglie che ci aspettano.

Speriamo che potete capire queste cose che sono veramente una vergogna”.

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